La scuola

Maria era una bimba diversa. Non giocava con gli altri bambini, ma le piaceva guardarli giocare. Le piaceva guardarli. Molti di loro invece non avrebbero nemmeno voluto vederla. I suoi capelli neri spettinati che le scendevano lungo il viso spaventavano gli altri bambini, soprattutto quando stava immobile sul passaggio del primo piano che portava ai dormitori delle suore. Tutti avevano paura di quel passaggio e del corridoio che si intravedeva nel buio. Alcuni giuravano di aver sentito strani rumori e sussurri provenire da quel luogo.
Nell’ora di ricreazione tutti correvano, si inseguivano, urlavano di gioia. Lei invece stava sotto allo scivolo, le piaceva così. Ciò che invece non le piaceva, che odiava, era vederli smettere di giocare per andare a deriderla. Ma perché lo facevano?
«Lasciala stare Tommy! Mia madre ha detto che è una strega, come sua madre. Può farti il malocchio!» disse Cristian standole lontano.
«Sì è vero, l’ho sentito dire ai grandi l’altro giorno alla grigliata. Dicono che è colpa sua se Federico è caduto dalle scale!» seguì Marco, preoccupato per queste dicerie.
Tommaso però non aveva paura e le si avvicinava impettito e curioso.
«Allora, è vero? Sei una strega? Hai il malocchio, o sei maledetta? Hai fatto cadere tu Fede?»
Maria lo guardava quasi assente, mentre la sua mente gremiva di penseri vorticosi. Non riusciva a parlare agli altri bambini, andava in ansia, le sudavano le mani. Alcuni le piacevano così tanto da imbarazzarla e si sentiva a disagio. Odiava che la presenza di qualcuno potesse farle provare queste emozioni. Non le piacevano poi i penseri che seguivano questi sentori emotivi. Nella sua testa c’erano voci. Le sussurravano sempre qualcosa, ma quando si agitava diventavano urlanti e l’unica cosa che voleva era farle smettere, come voleva che quei bambini smettessero di falra sentire in quel modo, che la guardassero e di farle domande.
«Vieni Tommy, torniamo a giocare, lascia stare Maria!» lo implorò Cristian.
«No! Voglio sentirla parlare! Non ci credo che non puoi parlare. Ho sentito che non parli solo perché sei timida e i tuoi genitori dicono che a casa parli, poco, ma parli. Perché a scuola non parli mai? Parla stupida, parla! Dì qualcosa!» si innervosì Tommaso, mentre gli altri bimbi cominciavano ad avere paura e a sentirsi a disagio.
Maria abbassò la testa e cominciò a sentire le voci sempre più urlanti, quasi a rendere la voce di Tommaso un rumore di sottofondo. Perché non tornavano a giocare? Così lei poteva tornare a sentirsi normale ed essere felice nel guardarli.
Monica e Chiara erano sorelle, cominciarono a cantare una canzonetta che prendeva in giro Tommaso, insinuando si fosse innamorato di Maria. Altre bimbe risero intorno allo scivolo e Tommaso si imbarazzò, spinse Maria facendola cadere a terra e tornò a giocare con i suoi amici.
Per Maria fu un colpo al cuore e anche alla testa, visto che la sbattè forte a terra. Non pianse, non si lamentò, ma non capiva. Le piaceva vedere giocare Tommaso, perché l’aveva aggredita e spinta prima di tornare a giocare?
Le altre bimbe non aiutarono Maria ad alzarsi e quando lei si avvicinò loro per stare insieme e sentirsi più sicura e non dover sentire le voci che non smettevano di urlare nella sua testa, queste la allontanarono.
«Tu non puoi giocare con noi. Mamma dice che porti sfortuna! Tornatene sotto lo scivolo!» le disse Monica spingendola via.
___________________ sei rimasto qui nel modificare leggermente il POV e il contesto __________________
Maria tornò allo scivolo, ma si sedette in alto. Nessuno lo usava se lei ci stava seduta sopra. Le piaceva stare lì, le pareva di poter vedere tutto e tutti. Ed era così, vedeva i bimbi che le avevano dato fastidio, compreso Federico. Facevano uno strano gioco correndo intorno alle mura della scuola. Le bimbe che l’avevano scacciata invece parlavano di giochi che lei non aveva e non capiva. C’era rumore intorno a lei, e le piaceva perché silenziava le urla della sua testa. Ma più guardava i bimbi e più le urla aumentavano. Spostò lo sguardo in alto per vedere il cielo, sperando questo spegnesse per un po’ quelle urla, ma si sentiva da loro costretta a guardare il cornicione del tetto della scuola. Ecco, i bimbi facevano ancora un giro e un altro ancora. Era come una musica, un ritmo. Alcuni ogni tanto si fermavano e poi ripartivano, di nuovo. Un altro giro, lo stesso ritmo. E il cornicione era sempre lì. Ma al quarto giro una parte del cornicione si staccò, cadendo sul gruppo di bambini, colpendoli violentemente alla testa.
Erano passati mesi da quel tremendo evento che aveva sconvolto la Scuola del Cuore Santo.
«Tommaso non tornerà più a scuola, è volato in cielo.» Spiegarono le maestre agli altri bambini.
Ma i bambini non sono stupidi, a differenza di quanto pensino gli adulti. Perché Tommaso poteva volare in cielo, mentre Marco era obbligato a muoversi su una sedia a rotelle?
Come fosse su binari prestabiliti Marco non incrociava mai Maria, che veniva sempre emarginata, ora più di prima. Sentiva le voci alle sue spalle, e di conseguenza nella sua testa, ma diventavano sempre più violente.
Un giorno incontrò Monica e Chiara in bagno, a fine intervallo. Erano le uniche che ancora non erano rientrate in classe. Le due bimbe avevano paura, ma Monica era impavida e mentre camminavano a distanza verso le classi, all’altezza delle scale, si girò verso di lei puntandole contro il dito.
«Sei contenta ora? Sono tutti tristi per colpa tua! Lo sai che finirai all’inferno vero? Mia madre mi ha detto che sei figlia del demonio e brucerai con lui!»
Maria sentì subito il disagio assalirla e le voci nella sua testa stordirla per quanto urlassero forte. Chiara, che era rimasta poco più indietro la compagna di banco, cominciò a sentirsi male e un rigolo di sangue colava dalle sue gambe macchiandole le scarpe. Si accasciò preoccupata, gemendo di dolore. Monica la soccorse subito, per poi girarsi verso Maria con sguardo accusatorio. Uno sguardo che Maria non sopportò, dovendo abbassare la testa e muovendosi in fretta per cercare di scappare dalle voci che la perseguitavano. Monica si sporse sulle scale, appoggiandosi alla ringhiera per chiamare aiuto.
«Maestra, maestra! Chiara sta male, è stata Maria! Aiuto!» Urlava disperata e guardava Maria come a prometterle che ora l’avrebbe in qualche modo pagata.
«Questa volta lo sapranno che sei stata tu. Finirai in punizione fino a che non andrai all’inferno. Strega!»
Quell’ultima parola fece sentire Maria molto male. Non le piaceva quando le davano della strega, non sapeva nemmeno cosa significasse, ma vedeva nei loro volti che doveva essere un’offesa.
Alcune maestre del primo piano uscirono dalle classi e videro lo scorrimano staccarsi dai suoi appoggi e far cadere Monica nel vano scale. Poi nella testa di Maria il silenzio.
Passarono ancora alcuni mesi. Monica si era rotta solo una gamba ed era già tornata a scuola. Tutto sembrava essere tornato alla normalità agli occhi di Maria. Era contenta. Non le piaceva quando i bambini se ne andavano. Voleva solo giocassero mentre lei li guardava. Ma se la infastidivano e le mettevano le voci in testa come avevano fatto Federico, Tommaso, Monica e Chiara, allora avrebbe lasciato che le voci la difendessero.
Che strano, era la prima volta che comprendeva che le voci potevano difenderla. Loro ci sarebbero sempre state finché i bambini cattivi avrebbero voluto farla sentire male.

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