Nella repubblica dei mercanti, sotto il lago Kaansor, si nascondeva la Chiesa di Arkan, un intricato labirinto di corridoi e sale protetto dalla magia. Un luogo potente e malvagio, che poneva il suo credo nella sofferenza dei propri membri come percorso di fede al fine di trovare ispirazione e potere, e in quella degli infedeli come sacrifici offerti in olocausto al dio Arkan per accrescerne l’influenza sul mondo.
Erano giorni di festa. La chiesa aveva acquisito una nuova preghiera e una cerimonia di grande importanza stava per essere celebrata.
Tuatara era una donna imponente dai tratti rettiliani, dedita all’uso delle droghe della costa dell’ovest. Da quando aveva ricevuto il primo credo non si identificava più nel sesso del suo corpo, asportandosi i grossi seni e donadoli ad Arkan come percorso di sofferenza. Da quel giorno si fece chiamare Ebron e all’interno della chiesa nessuno sapeva fosse femmina e quale percorso avesse compiuto, ma molti l’avevano visto parlare con diverse creature discendenti dai grandi rettili.
Non era però questo che rendeva popolare Tuatara, ma un percorso di fede che nessuno aveva mai compiuto. Imbottito di droghe fino a toccare quasi la morte con un dito, visse per più di un mese su uno dei picchi più alti delle montagne a nord del lago, dove l’aria è rarefatta e il freddo mette a dura prova chiunque osi sfidarlo. In uno stato di sofferenza onirica, si abbandonò ad Arkan, sperando ascoltasse e rispondesse alle sue preghiere deliranti.
Tornò alla chiesa dicendo di avere avuto una visione. Il Dio gli aveva parlato, donandogli una preghiera che non avrebbe potuto più dimenticare. Scritta su pergamena sotto ispirazione, prometteva a tutti i fedeli che Arkan avrebbe presto camminato in mezzo a loro.
Le sue parole avevano creato dubbio e sgomento tra i membri delle varie razze della chiesa e la fede di molti era stata messe alla prova. Lo odiavano per questo e per il segreto che manteneva riguardo il suo percorso di sofferenza, ritenendo ad ogni modo i loro più importanti.
Acreçir, un mezzodemone femmina, si era cavata gli occhi donando la propria vista ad Arkan e ottenendo in cambio un nuovo modo di vedere, oltre il piano materiale. Mondor, un mezzorco tanto odiato, si era inciso viso e corpo, diventando orribile alla vista, ma ottenendo una forza sovrumana. Draco, un vendicatore umano dai modi rudi e bestiali, aveva trovato il suo percorso di sofferenza tagliandosi la schiena. Una sola e lunga ferita, che utilizzava come elsa di carne in cui riporre la sua spada votata ad Arkan. La cicatrice era stata trattata con la magia affinché non marcisse né si rimarginasse. Da quel giorno acquisì una prestanza fisica fuori dal comune e ottenne una fortuna sfacciata.
Il vendicatore aveva conquistato il rispetto di molti, ma tanti altri lo volevano morto prima che acquisisse troppo potere, soprattutto agli occhi di Xalina, la grande chierica a capo della chiesa. Una donna di trent’anni con una capacità di comando senza eguali. Anche il suo percorso di sofferenza era avvolto dal mistero, il che rafforzava ancora di più la sua posizione.
La statua del dio umanoide, alta tre metri e mezzo, troneggiava sui festanti di sala grande. Aveva quattro mani e sei occhi in linea capaci di vedere ovunque. Le due mani sinistre impugnavano una grossa verga con la quale pareva proteggere i chierici e i vendicatori guerrieri che banchettavano tra i tavoli.
«Xalina! Mia signora, ci avevi promesso donne!» disse Tìar Lor, un uomo di grande stazza che stava ingurgitando vino direttamente dalla caraffa.
«E carne viva!» disse Kàlatha, una dragonide di colore rosso con sfumature nere sulle scaglie più alte.
Si alzarono molte voci per ricordare queste promesse che erano state fatte loro.
La chierica si avvicinò alla massa urlante con un sorriso compiaciuto che rendeva meno spigoloso il suo volto. Indossava un abito cerimoniale nero, aderente nel seno e in vita. Una veste cremisi ricamata con glifi e preghiere svolazzava ad ogni suo passo grazie alla magia, donandole un’aria di sontuosa importanza. Una parte di capelli erano raccolti in una treccia aderente al capo, mentre il restante cadeva lungo sulle spalle. Un ottaedro irregolare di pietra nera le levitava attorno la testa, compiendo un’ellisse continua.
«Pazientate ancora un attimo fratelli e sorelle di fede. Le giovani e i ragazzi sono quasi pronti per voi.»
Si alzò un fragore di voci festanti ed eccitate.
Xalina incrociò lo sguardo di Xabaras, un affascinante chierico umano che, insieme a lei, pose i principi della fede in Arkan. Vestiva come i ricchi mercanti della repubblica, seguendo le mode del momento, e indossava molti accessori che rimarcassero il suo stato sociale. Sotto mentite spoglie frequentava spesso locali riservati alle cerchie cittadine più facoltose. Amava bere e mangiare bene, senza eccedere però nei piaceri e odiava chiunque non fosse in grado di trattenersi. Godeva appieno dei benefici conquistati, ma il suo atteggiamento era sempre equilibrato. Non gli piaceva come la chiesa era mutata negli ultimi anni, troppi pazzi spostati di altre razze erano stati ammessi. Si riteneva superiore alla maggior parte dei membri della chiesa, soprattutto se non erano umani. Era stata fondata da uomini e gli uomini avrebbero dovuto condurla e farla crescere. Non gli piaceva nemmeno che a governarla ci fosse una donna, ma sapeva bene che al momento Xalina era più potente e capace. Era saggio e paziente ed era convinto che un giorno sarebbe riuscito a cambiare le cose, ma questi pensieri di attesa lo appesantivano nell’animo e marcavano il suo volto di nervoso e malcontento.
L’idea della sofferenza personale gli era poi astrusa, non era necessaria per mostrare la propria fede in Arkan. Credeva fermamente che Arkan volesse che fossero gli infedeli a soffrire e non i membri della sua chiesa. Aveva esercitato questo credo durane un’avventura nel dungeon Dimensione, intrapresa insieme a Draco e altri elementi di poco conto esterni alla chiesa. I due si erano uniti in amicizia sconfiggendo un ordine di maghe che cercava di interferire con l’operato della chiesa. Quando uccisero tre adepte dell’ordine, si chiusero con loro in una sala del dungeon. Xabaras le resuscitava con i suoi poteri e quando tornavano alla vita, il membro di Draco stava già scopando quei corpi che poco prima erano morti. Le giovani inorridivano nel vederlo su di loro e nel sentirlo dentro. Il dolore fisico ed emotivo era tale che spesso morivano nuovamente dopo pochi minuti. Ridevano come pazzi quando una di loro si spegneva di luce, consapevoli che Arkan avrebbe concesso a Xabaras di riportarla in vita al solo fine di farla soffrire. Le scopavano a turno, vive o morte non aveva importanza. A volte concedevano loro un ritorno alla vita tranquillo, col solo fine di fargli provare più paura nell’attesa, pochi attimi, prima che la vita cedesse nuovamente al male che inficiava i loro corpi e le loro anime. Vissero in quest’estasi per tre giorni, fino a quando lo spirito delle donne non rispose più al richiamo della magia e del volere di Arkan, troppo turbato perché non venisse confinato su altri piani di esistenza, dove per loro fortuna non avrebbero dovuto più provare quel dolore.
Fu questo il percorso di sofferenza di Xabaras, l’unico chierico a esercitarlo su altri invece che su se stesso. E dopo quei giorni la sua saggezza e il suo potere clericale aumentarono e comprese che gli piaceva controllare gli altri tramite la sofferenza emotiva, fisica e psicologica. Ciò che desiderava era il controllo, ed era disposto ad attendere a lungo per ottenerlo, tessendo trame complesse.
Draco rimase estasiato da quei giorni, a tal punto da istituire una ricorrenza personale da festeggiare ogni anno. Come accadde a tanti altri vide in Xabaras un mentore, e apprese da lui il vero concetto di sofferenza altrui che avrebbe fatto suo per dare vita a una nuova branca della chiesa. Lo stesso credo, ma diversi precetti, la stessa fede, ma un nome differente, chiesa della sofferenza, intesa come sofferenza altrui. Questo nuovo modo di concepire la sofferenza si fece strada all’interno della chiesa e conquistò anche Ebron, che aggiunse al suo nome il suffisso “della sofferenza”. Ebron della sofferenza, a indicare la sofferenza altrui. Xalina era consapevole del nuovo pensiero religioso e non apprezzava le correnti scissioniste.
«Hai sentito Xabaras? Ci sono anche ragazzi!» disse Tìar Lor al compagno.
«Pfh, ho altri gusti, tieni pure i ragazzi per te se ciò che hai tra le gambe non è sufficiente.» disse il chierico con tono dispregiativo.
«Sei il solito guastafeste Xab! Vai a farti fottere tu e le principessine figlie dei mercanti che ti piacciono tanto!» rispose il guerriero mentre gli altri al tavolo ridevano di lui.
«Che vuoi che ti dica Tìar, alcuni sono affini alla natura delle cose, maschio con femmina e femmina con maschio. Altri hanno problemi mentali, sono confusi e non capiscono più chi sono realmente e qual è la loro identità sessuale. E poi è una questione di gusti: ad alcuni piacciono prede raffinate, che portano nel sangue il valore del loro essere nobili, altri si fanno ingannare da vesti, trucchi e profumi. Quelle che arriveranno qui sono solo le figlie di qualche fattore. Se scaverai bene, quando sarai su una di loro, sentirai puzza di porci e merda!»
Tìar Lor strinse i pugni ma, prima che intervenisse, Ebron si alzò in piedi. Colui che aveva viaggiato nel mondo astrale, quello che prega, colui che ascolta, il predestinato, il missionario, il visionario, parlò a tutto il tavolo cominciando con una risata bonaria.
«Non litighiamo tra noi compagni, oggi c’è carne per tutti! Per chi vuole mangiare, per chi vuole scopare una giovane, per chi vuole scopare da dietro un ragazzo e per chi come me aspetta la fine, per spargere le loro interiora su questi tavoli!»
«Ti do ascolto visionario! E’ solo il modo in cui parla questo qui che mi fa dimenticare il motivo per cui ci siamo riuniti. Ha sempre da ridire sul modo in cui Xalina guida la nostra chiesa.»
Xabaras non apprezzò particolarmente l’ultima affermazione. Quando Tìar Lor vide che si stava innervosendo rincarò la dose.
«Ehi dov’è finito Draco, quel tuo amico strano? Si dice che ormai siano molti mesi che non fa ritorno e pare Xalina lo dia per morto. Avrà cercato tesori nelle terre desolate troppo avidamente e alla fine c’è rimasto secco!»
Prima che Xabaras potesse rispondere, entrarono in sala le ragazze e i ragazzi vestiti da cerimonia. Vesti bianche per le femmine, così trasparenti da permettere di vedere tutto e stuzzicare la voglia degli astanti. Vesti cremisi per i giovani maschi, aperte sul davanti per mostrare il sobbalzare dei loro genitali e creare aspettative nelle femmine e schernimento generale.
Alcune chieriche si leccarono le labbra al solo pensiero di mettere le mani su quei giovani corpi. Maschi e femmine avevano il viso truccato con motivi cerimoniali che li marchiavano come sacrifici del dio Arkan. Avanzavano tremanti e piangenti; alcune ragazzine non avevano raggiunto l’età del primo mestruo e tra i più giovani c’era chi aveva ancora il sesso glabro. Entrando nella sala e sentendo il boato di animali umani che presto gli sarebbero stati addosso, un paio di sacrifici si pisciarono sotto per la paura. Vennero scostati dalla fila e fu tagliata loro la gola. Caddero a terra con un tonfo che pareva segnare l’inizio della cerimonia stessa.
«Sììì! Si comincia!» gridò Vazartùn, un mezzodrago esaltato tra i tavoli in festa, dove l’eccitazione era salita talmente tanto che la si poteva percepire nell’aria ed esserne in qualche modo contagiati.
Ma la massa protestò per quello spreco. Chiedevano fossero fatti comunque entrare seppur si fossero pisciati addosso.
«Gliela pulisco io con la lingua la piscia, datele a me!» urlò il mezzorco Mondor, seguito dalle risa di tutti.
Xalina fece cenno ai cerimonieri di continuare come stavano facendo: i sacrifici dovevano entrare in aula puliti. E mentre questi avanzavano in uno stato di terrore puro, richiudendosi in se stessi, piangendo e tremando, gli uomini e le donne che avevano posto la loro fede in Arkan si avvicinarono loro smostrando le facce per spaventarli ancora di più, tirando fuori la lingua, facendogli vedere tette, cazzi, lingue biforcute e mostrandogli a gesti cosa sarebbe successo a breve.
Riunita la massa sacrificale al centro della sala, Xalina tenne un discorso per il percorso di fede collettivo che stava per essere intrapreso. I tavoli furono spostati ai lati e la chierica alzò la mano per dare inizio della cerimonia. L’aula si riempì di piagnistei e la paura aleggiava nell’aria caricando di estasi i membri della chiesa. I sacrifici si guardavano tra loro, cercando un conforto. Alcuni tentarono una fuga tra i tavoli, inseguiti da uomini e donne assetati di carne e sangue, altri rimasero fermi sul posto, piangendo e chiudendo gli occhi per non vedere gli uomini davanti a loro che li toccavano e schernivano curiosi delle loro reazioni, fino a quando non svenivano per la paura e la tensione accumulata.
Fu un’ora di delirio collettivo. Arkan vegliava sui suoi fedeli che stavano compiendo il suo volere. Il male e il bene erano entrambi presenti in quest’aula. La paura e la sofferenza dei sacrifici, la gioia e l’estasi dei suoi figli e figlie.
Le ragazze furono stuprate a turno in ogni loro orifizio. Appoggiate sui tavoli erano ridotte ad ammassi inermi di carne che guardavano il vuoto come se uno spirito non fosse mai stato all’interno di quei corpi. Molti membri della chiesa si divertivano a seguire all’infinito le loro prede, godendo nel vederle urlare di paura mentre cercavano una fuga impossibile. Altri schernivano i ragazzi che si fermavano a pregare il loro dio, speranzosi che sarebbe venuto a salvarli. Preghiere seguite soltanto da risa più fragorose e divertite. Alcuni torturavano pscicologicamente le prede, raccontandogli di ciò che era avvenuto ai loro famigliari. Racconti frutto di perversa fantasia. Alcune ragazzine venivano torturate emotivamente con giochi sadici.
«Ora ti scopo a sangue! Se urli farò la stessa cosa alla tua amichetta qui di fianco.» dicevano alcuni alle loro vittime. Sentirle urlare e disperarsi era linfa vitale e divertimento puro, e come erano tronfi scoprendo che stavano prendendo loro la verginità.
In un tavolo più appartato alcune chieriche leccavano avidamente il membro e i genitali di ragazzi giovanissimi, e da loro si facevano leccare. Altre, dalle forme più sostenute, sobbalzavano sudate sui tavoli, scopando i ragazzi più grandi che, in un delirio estatico, erano riusciti ad avere un’erezione. Alcune ragazzine venivano leccate nell’intimo e sfondate in seguito da candelieri cerimoniali che ne distruggevano completamente le carni e le anime.
Un’orgia collettiva. Il male concreto. Una forza che queste giovani vite potevano solo subire. Fino a quando non arrivò per loro la liberazione. Il suono di un organo decretò la fine della prima fase della cerimonia e tutti si fermarono, qualunque cosa stessero facendo. Come posseduti e purtroppo interrotti, alcuni guardavano le loro vittime con occhi fuori dalle orbite, vogliosi di continuare, ma allo stesso tempo eccitati dalla consapevolezza di non poterlo fare. I gemiti delle chieriche si spensero piano nell’aula e gli ultimi pianti disperati svanirono, come consapevoli grazie alla magia di un manto che si era poggiato sull’aula, vestendola di un paramento cerimoniale che decretava una pausa, un nuovo inizio e una fine che per loro sarebbe presto giunta.
Ad un gesto di Xalina furono estratti coltelli cerimoniali e a quello successivo i membri della chiesa iniziarono ad aprire i corpi delle loro vittime che, ormai spogliate di ogni motivo per cui vivere, non ebbero più forze per urlare. Solo alcuni gemiti erano udibili, che marchiavano nell’animo dei fedeli un momento che non avrebbero mai più dimenticato. Tutti i sacrifici vennero uccisi, ognuno secondo l’arte preferita dagli aventi diritto. Lasciati soffrire a morire con le viscere fuori dal corpo, decapitati o mutiliati. Tante erano le arti preferite utilizzate dai comandanti dei tavoli. E le piccole voci sofferenti, che si spegnevano piano piano, furono sostituite dai gemiti di piacere dei chierici e dei vendicatori, che si accendevano sempre più forte. Volti estasiati e folli espressioni si crogiolavano nel delirio religioso che si stava consumando.
La sala si fece silenziosa, ma gli odori dei corpi morti urlavano ancora tutta la sofferenza che avevano appena subito. Xalina cammNella repubblica dei mercanti, sotto il lago Kaansor, si nascondeva la Chiesa di Arkan, un intricato labirinto di corridoi e sale protetto dalla magia. Un luogo potente e malvagio, che poneva il suo credo nella sofferenza dei propri membri come percorso di fede al fine di trovare ispirazione e potere, e in quella degli infedeli come sacrifici offerti in olocausto al dio Arkan per accrescerne l’influenza sul mondo.
Erano giorni di festa, una cerimonia di grande importanza stava per essere celebrata.
Tuatara era una donna imponente dai tratti rettiliani, dedita all’uso delle droghe della costa dell’ovest. Da quando aveva ricevuto il primo credo non si identificava più nel sesso del suo corpo e si asportò i grossi seni donadoli ad Arkan come percorso di sofferenza. Si faceva chiamare Ebron e nessuno sapeva fosse femmina e quale percorso avesse compiuto, ma molti l’avevano visto parlare con diverse creature discendenti dai grandi rettili.
Non era però questo che rendeva popolare Tuatara, ma un percorso di fede che nessuno aveva mai compiuto. Imbottito di droghe fino a toccare quasi la morte con un dito, visse per più di un mese su uno dei picchi più alti delle montagne a nord del lago, dove l’aria è rarefatta e il freddo mette a dura prova chiunque osi sfidarlo. In uno stato di sofferenza onirica, si abbandonò ad Arkan, sperando ascoltasse e rispondesse alle sue preghiere deliranti.
Tornò alla chiesa dicendo di avere avuto una visione. Il Dio gli aveva parlato, donandogli una preghiera che non avrebbe potuto più dimenticare. Scritta su pergamena sotto ispirazione, prometteva a tutti i fedeli che Arkan avrebbe presto camminato in mezzo a loro.
Le sue parole avevano creato dubbio e sgomento tra i membri delle varie razze della chiesa. Molti erano divenuti invidiosi di quanto Ebron aveva ottenuto, e lo odiavano per mantenere il segreto riguardo il suo percorso di sofferenza, ritenendo ad ogni modo i loro più importanti.
Acreçir, un mezzodemone femmina, si era cavata gli occhi donando la propria vista ad Arkan e ottenendo in cambio un nuovo modo di vedere, oltre il piano materiale. Mondor, un mezzorco odiato da tanti, si era inciso per mesi viso e corpo, diventanto orribile alla vista, ma ottenendo una forza sovrumana. Draco, un vendicatore umano dai modi rudi e bestiali, aveva trovato il suo percorso di sofferenza tagliandosi la schiena. Una sola e lunga ferita, che utilizzava come un’elsa di carne in cui riporre la sua spada votata ad Arkan. La cicatrice era stata trattata con la magia affinché non marcisse o si rimarginasse. Da quel giorno acquisì una prestanza fisica fuori dal comune e ottenne una fortuna sfacciata.
Tanti erano coloro che temevano e rispettavano Ebron, ma molti altri lo volevano morto prima che acquisisse troppo potere, soprattutto agli occhi di Xalina, la grande chierica a capo della chiesa. Una donna di trent’anni con una capacità di comando senza eguali. I membri della chiesa si erano chiesti a lungo quale fosse stato il suo percorso di sofferenza e se fosse stato questo ad avergli donato le sue capacità di comando, ma nessuno lo sapeva, donando alla chierica un’alone di mistero che rafforzava ancora di più la sua posizione.
La statua del dio umanoide troneggiava sui festanti di sala grande. Era alta tre metri e mezzo. Aveva quattro mani e sei occhi in linea capaci di vedere ovunque. Le due mani sinistre impugnavano una grossa verga con la quale pareva proteggere i chierici e i vendicatori guerrieri che banchettavano tra i tavoli.
«Xalina! Mia signora, ci avevi promesso donne!» disse Tìar Lor, un uomo di grande stazza che stava ingurgitando vino direttamente dalla caraffa.
«E carne viva!» disse Kàlatha, una dragonide di colore rosso con sfumature nere sulle scaglie più alte.
Si alzarono molte voci per ricordare queste promesse che erano state fatte loro.
La chierica si avvicinò alla massa urlante con un sorriso compiaciuto che rendeva meno spigoloso il suo volto. Indossava un abito cerimoniale nero, aderente nel seno e in vita. Una veste cremisi ricamata con glifi e preghiere svolazzava ad ogni suo passo grazie alla magia, donandole un’aria di sontuosa importanza. Una parte di capelli erano raccolti in una treccia aderente al capo, mentre il restante cadeva lungo sulle spalle. Un ottaedro irregolare di pietra nera le levitava attorno la testa, compiendo un’ellisse continua.
«Pazientate ancora un attimo fratelli e sorelle di fede. Le giovani e i ragazzi sono quasi pronti per voi.»
A queste semplici parole si alzò un fragore di voci festanti ed eccitate.
Xalina incrociò lo sguardo di Xabaras, un affascinante chierico umano che, insieme a lei, pose i principi della fede in Arkan. Gli piaceva vestirsi come i ricchi mercanti della repubblica, seguendo le mode del momento, e indossare molti accessori che rimarcassero il suo stato sociale. Amava mangiare bene e sotto mentite spoglie frequentava spesso locali riservati alle cerchie cittadine più facoltose. Non eccedeva però nei piaceri e odiava chiunque non fosse in grado di trattenersi. Il suo attegiamento era equilibrato, ma capace di godere appieno dei benefici che la chiesa gli concedeva. Non gli piaceva come la chiesa era mutata negli ultimi anni e non gli piaceva che a governarla ci fosse una donna. Era saggio, sapeva bene che al momento Xalina aveva più potere e capacità, ma sapeva essere paziente, speranzoso che le cose sarebbero cambiate. L’idea della sofferenza personale gli era poi astrusa, non era necessaria per mostrare la propria fede in Arkan. E troppi pazzi spostati di altre razze erano entrati a fare parte della chiesa. Era stata fondata da uomini e gli uomini avrebbero dovuto continuare a condurla e farla crescere. Questi pensieri appesantivano il suo animo e marcavano il suo volto di nervoso e malcontento. Si riteneva superiore alla maggior parte dei membri della chiesa, soprattutto se non erano umani. Era l’unico chierico ad aver esercitato il percorso di sofferenza su altri invece che su se stesso. Credeva fermamente che Arkan volesse che fossero gli infedeli a soffrire e non i membri della sua chiesa. Aveva esercitato questo credo durane un’avventura nel dungeon Dimensione, intrapresa insieme a Draco e altri elementi di poco conto esterni alla chiesa. I due si erano uniti in amicizia e sconfissero un ordine di maghe che cercavano di interferire con l’operato della chiesa. Uccisero tre adepte di magia e con loro si chiusero in una sala del dungeon. Xabaras le resuscitava con i suoi poteri e, ogni volta che si risvegliavano, il membro di Draco stava già scopando quei corpi morti, che inorridivano nel vederlo su di loro e sentirlo dentro il loro corpo. Il dolore fisico ed emotivo era tale che spesso morivano nuovamente dopo pochi minuti. Ridevano come pazzi quando una di loro si spegneva di luce, sapendo che Arkan avrebbe concesso a Xabaras di riportarla in vita al solo fine di farla soffrire. Le scopavano a turno, vive o morte non aveva importanza. A volte concedevano loro un ritorno alla vita tranquillo, col solo fine di fargli provare paura e dolore più a lungo, prima che la vita cedesse nuovamente ai sentori del corpo e della mente. Vissero in quest’estasi per tre giorni, fino a quando lo spirito delle donne non rispondeva più al richiamo della magia e del volere di Arkan, troppo scosso e inficiato perché non venisse confinato su altri piani di esistenza, dove per loro fortuna non avrebbero dovuto più provare questo dolore.
Dopo quei giorni Xabaras non fu più lo stesso: la sua saggezza e il suo potere clericale aumentarono esponenzialmente e comprese che gli piaceva sì fare soffrire gli altri, ma soprattutto controllarli tramite la sofferenza emotiva, fisica o psicologica. Ciò che desiderava era il controllo, ed era disposto ad attendere a lungo per ottenerlo, tessendo trame complesse.
Draco rimase talmente estasiato da quei giorni da considerarli una festa, una ricorrenza che festeggiava personalmente ogni anno. Come accadde a tanti altri vide in Xabaras un mentore, e apprese da lui il vero concetto di sofferenza altrui che avrebbe fatto suo per dare vita a una nuova branchia della chiesa, Lo stesso credo, ma diversi precetti, la stessa fede, ma un differente nome: chiesa della sofferenza, intesa come sofferenza altrui. Questo nuovo modo di concepire la sofferenza si faceva strada all’interno della chiesa e conquistò Ebron a tal punto da farsi chiamare Ebron della sofferenza (altrui). Il nuovo credo giunse anche a Xalina, che non apprezzava troppo le nuove correnti scissioniste.
«Hai sentito Xabaras? Ci sono anche ragazzi!» disse Tìar Lor al compagno.
«Pfh, ho altri gusti, tieni pure i ragazzi per te se ciò che hai tra le gambe non è sufficiente.» disse il chierico con tono dispregiativo.
«Sei il solito guastafeste Xab! Vai a farti fottere tu e le principessine figlie dei mercanti che ti piacciono tanto!» rispose il guerriero mentre gli altri al tavolo ridevano di lui.
«Che vuoi che ti dica Tìar, alcuni sono affini alla natura delle cose, maschio con femmina e femmina con maschio. Altri hanno problemi mentali, sono confusi e non capiscono più chi sono realmente e qual è la loro identità sessuale. E poi è una questione di gusti: ad alcuni piacciono prede raffinate, che portano nel sangue il valore del loro essere nobili, altri si fanno ingannare da vesti, trucchi e profumi. Quelle che arriveranno qui sono solo le figlie di qualche fattore. Se scaverai bene, quando sarai su una di loro, sentirai puzza di porci e merda!»
Tìar Lor strinse i pugni ma, prima che intervenisse, Ebron si alzò in piedi. Colui che aveva viaggiato nel mondo astrale, quello che prega, colui che ascolta, il predestinato, il missionario, il visionario, parlò a tutto il tavolo cominciando con una risata bonaria.
«Non litighiamo tra noi compagni, oggi c’è carne per tutti! Per chi vuole mangiare, per chi vuole scopare una giovane, per chi vuole scopare da dietro un ragazzo e per chi come me aspetta la fine, per spargere le loro interiora su questi tavoli!»
«Ti do ascolto visionario! E’ solo il modo in cui parla questo qui che mi fa dimenticare il motivo per cui ci siamo riuniti. Ha sempre da ridire sul modo in cui Xalina guida la nostra chiesa.»
Xabaras non apprezzò particolarmente l’ultima affermazione. Quando Tìar Lor vide che si stava innervosendo rincarò la dose.
«Ehi dov’è finito Draco, quel tuo amico strano? Si dice che ormai siano molti mesi che non fa ritorno e pare Xalina lo dia per morto. Avrà cercato tesori nelle terre desolate troppo avidamente e alla fine c’è rimasto secco!»
Prima che Xabaras potesse rispondere, entrarono in sala le ragazze e i ragazzi vestiti da cerimonia. Vesti bianche per le femmine, così trasparenti da permettere di vedere tutto e stuzzicare la voglia degli astanti. Vesti cremisi per i giovani maschi, aperte sul davanti per mostrare il sobbalzare dei loro genitali e creare aspettative nelle femmine e schernimento generale.
Alcune chieriche si leccarono le labbra al solo pensiero di mettere le mani su quei giovani corpi. Maschi e femmine avevano il viso truccato con motivi cerimoniali che li marchiavano come sacrifici del dio Arkan. Avanzavano tremanti e piangenti; alcune ragazzine non avevano raggiunto l’età del primo mestruo e tra i più giovani c’era chi aveva ancora il sesso glabro. Entrando nella sala e sentendo il boato di animali umani che presto gli sarebbero stati addosso, un paio di sacrifici si pisciarono sotto per la paura. Vennero scostati dalla fila e fu tagliata loro la gola. Caddero a terra con un tonfo che pareva segnare l’inizio della cerimonia stessa.
«Sììì! Si comincia!» gridò Vazartùn, un mezzodrago esaltato tra i tavoli in festa, dove l’eccitazione era salita talmente tanto che la si poteva percepire nell’aria ed esserne in qualche modo contagiati.
Ma la massa protestò per quello spreco. Chiedevano fossero fatti comunque entrare seppur si fossero pisciati addosso.
«Gliela pulisco io con la lingua la piscia, datele a me!» urlò il mezzorco Mondor, seguito dalle risa di tutti.
Xalina fece cenno ai cerimonieri di continuare come stavano facendo: i sacrifici dovevano entrare in aula puliti. E mentre questi avanzavano in uno stato di terrore puro, richiudendosi in se stessi, piangendo e tremando, gli uomini e le donne che avevano posto la loro fede in Arkan si avvicinarono loro smostrando le facce per spaventarli ancora di più, tirando fuori la lingua, facendogli vedere tette, cazzi, lingue biforcute e mostrandogli a gesti cosa sarebbe successo a breve.
Riunita la massa sacrificale al centro della sala, Xalina tenne un discorso per il percorso di fede collettivo che stava per essere intrapreso. I tavoli furono spostati ai lati e la chierica alzò la mano per dare inizio della cerimonia. L’aula si riempì di piagnistei e la paura aleggiava nell’aria caricando di estasi i membri della chiesa. I sacrifici si guardavano tra loro, cercando un conforto. Alcuni tentarono una fuga tra i tavoli, inseguiti da uomini e donne assetati di carne e sangue, altri rimasero fermi sul posto, piangendo e chiudendo gli occhi per non vedere gli uomini davanti a loro che li toccavano e schernivano curiosi delle loro reazioni, fino a quando non svenivano per la paura e la tensione accumulata.
Fu un’ora di delirio collettivo. Arkan vegliava sui suoi fedeli che stavano compiendo il suo volere. Il male e il bene erano entrambi presenti in quest’aula. La paura e la sofferenza dei sacrifici, la gioia e l’estasi dei suoi figli e figlie.
Le ragazze furono stuprate a turno in ogni loro orifizio. Appoggiate sui tavoli erano ridotte ad ammassi inermi di carne che guardavano il vuoto come se uno spirito non fosse mai stato all’interno di quei corpi. Molti membri della chiesa si divertivano a seguire all’infinito le loro prede, godendo nel vederle urlare di paura mentre cercavano una fuga impossibile. Altri schernivano i ragazzi che si fermavano a pregare il loro dio, speranzosi che sarebbe venuto a salvarli. Preghiere seguite soltanto da risa più fragorose e divertite. Alcuni torturavano pscicologicamente le prede, raccontandogli di ciò che era avvenuto ai loro famigliari. Racconti frutto di perversa fantasia. Alcune ragazzine venivano torturate emotivamente con giochi sadici.
«Ora ti scopo a sangue! Se urli farò la stessa cosa alla tua amichetta qui di fianco.» dicevano alcuni alle loro vittime. Sentirle urlare e disperarsi era linfa vitale e divertimento puro, e come erano tronfi scoprendo che stavano prendendo loro la verginità.
In un tavolo più appartato alcune chieriche leccavano avidamente il membro e i genitali di ragazzi giovanissimi, e da loro si facevano leccare. Altre, dalle forme più sostenute, sobbalzavano sudate sui tavoli, scopando i ragazzi più grandi che, in un delirio estatico, erano riusciti ad avere un’erezione. Alcune ragazzine venivano leccate nell’intimo e sfondate in seguito da candelieri cerimoniali che ne distruggevano completamente le carni e le anime.
Un’orgia collettiva. Il male concreto. Una forza che queste giovani vite potevano solo subire. Fino a quando non arrivò per loro la liberazione. Il suono di un organo decretò la fine della prima fase della cerimonia e tutti si fermarono, qualunque cosa stessero facendo. Come posseduti e purtroppo interrotti, alcuni guardavano le loro vittime con occhi fuori dalle orbite, vogliosi di continuare, ma allo stesso tempo eccitati dalla consapevolezza di non poterlo fare. I gemiti delle chieriche si spensero piano nell’aula e gli ultimi pianti disperati svanirono, come consapevoli grazie alla magia di un manto che si era poggiato sull’aula, vestendola di un paramento cerimoniale che decretava una pausa, un nuovo inizio e una fine che per loro sarebbe presto giunta.
Ad un gesto di Xalina furono estratti coltelli cerimoniali e a quello successivo i membri della chiesa iniziarono ad aprire i corpi delle loro vittime che, ormai spogliate di ogni motivo per cui vivere, non ebbero più forze per urlare. Solo alcuni gemiti erano udibili, che marchiavano nell’animo dei fedeli un momento che non avrebbero mai più dimenticato. Tutti i sacrifici vennero uccisi, ognuno secondo l’arte preferita dagli aventi diritto. Lasciati soffrire a morire con le viscere fuori dal corpo, decapitati o mutiliati. Tante erano le arti preferite utilizzate dai comandanti dei tavoli. E le piccole voci sofferenti, che si spegnevano piano piano, furono sostituite dai gemiti di piacere dei chierici e dei vendicatori, che si accendevano sempre più forte. Volti estasiati e folli espressioni si crogiolavano nel delirio religioso che si stava consumando.
La sala si fece silenziosa, ma gli odori dei corpi morti urlavano ancora tutta la sofferenza che avevano appena subito. Xalina camminò lentamente verso la statua di Arkan. Chiamò al suo fianco Ebron che, imbrattato di sangue, le porse la pergamena su cui era scritta la preghiera. Cominciarono insieme a recitarla ad alta voce finché tutti furono in grado di unirsi a questo mantra che estasiava e rendeva i fedeli più forti e convinti nella fede, mai stanchi di ripetere quei versi. Il tempo si perse tra suoni e odori, e nessuno tra la massa di fedeli poteva dire quanto ne fosse trascorso. Tutti erano fermi nel percorso di fede che stavano percorrendo, quando videro la statua del loro dio cominciare a muoversi. Alcuni, colpiti dall’impressionante fenomeno, ebbero un sussulto. La statua mosse i primi passi e si pose davanti alla chierica e al vendicatore, che la guardavano dal basso esterfatti. Scrutò con sguardo serio i suoi fedeli e attese che Xalina parlasse per suo conto.
«Questo corpo di pietra è mosso dall’essenza del dio Arkan. E’ esso stesso il nostro dio. Un incantesimo cerimoniale reso possibile dalla preghiera donata a colui che ascolta e dalla fede di tutti noi. E’ giunto il tempo che Arkan ci guidi camminando al nostro fianco. Non siamo mai stati soli e mai lo saremo. Daremo vita a un nuovo mondo. Chi non si unirà alla nostra fede sarà ucciso o reso schiavo, ma coloro che si convertiranno saranno partecipi di qualcosa che mai si è visto prima. Un mondo con un solo dio. Un dio per tutto il mondo.»
Un boato si alzò nell’aula. Volti eccitati si scambiavano folli sguardi tra loro, consci di avere contribuito alla nascita di qualcosa di estremamente potente. Il dio si diresse verso i corridoi della chiesa, seguito da Xalina ed Ebron e subito dopo i fedeli che avrebbero cambiato il mondo per come fino a quel momento era stato conosciuto.ss